Perché siamo così sensibili allo storytelling… della pubblicità

By 3 luglio 2017Digital Marketing

Jonathan Gottschall, nel suo brillante quanto famoso saggio dal titolo L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani scrive “l’imperativo umano a produrre e consumare storie è qualcosa di ancor più profondo della letteratura, dei sogni e delle fantasie. Siamo inzuppati di storie fino alle ossa.” Ma sarebbe più corretto dire fino alla testa.

Si, perché le narrazioni mettono in moto delle funzioni cerebrali in modo automatico e per noi inconsapevole. Per esempio, attivano schemi e script, strutture mentali che ci permettono di riconoscere esperienze, reali o finzionali, mai vissute prima. E questo consente di proiettarci all’interno della storia in questione e di vivere quella che è stata definita emodied simulation, ossia un meccanismo di controllo in cui si attivano gli ormai celebri neuroni specchio facendoci vivere, a livello cerebrale, l’esperienza che stiamo solo osservando coi nostri occhi, leggendo in un libro o guardando in tv.

Potrebbero sembrare cose d’altro mondo, ma se si pensa che lo storytelling (ne abbiamo già parlato nell’articolo Le aziende sono storie da raccontare) ha infiniti campi d’azione e che ha un impatto sul completo sistema mente-corpo di ognuno di noi, allora è più facile pensare al suo effettivo potere persuasivo.

Non è un caso infatti che nel marketing si faccia un uso massiccio di storie. Quando un brand costruisce intorno a sé un mondo fatto di persone, relazioni, narrazioni ed esperienze cerca di coinvolgere il potenziale cliente a tutto tondo. Lo scopo non è solo quello di trasformare l’utente in consumatore, quanto di renderlo protagonista dell’universo che ruota attorno al brand stesso: consum-attore quindi.

Per farlo utilizza delle strategie atte ad innescare i meccanismi automatici accennati in precedenza perché così, senza volerlo, diventiamo parte attiva del romanzo “marca”. Veniamo infatti coinvolti intimamente, perché ci immedesimiamo nei protagonisti, ci riconosciamo nelle vicende e condividiamo i princìpi offerti dal brand. Vengono quindi attivati quegli hot buttons, ossia i tasti emotivi in grado di convincere e coinvolgere, il più delle volte inconsapevolmente, il consumatore. Ciò che viene offerto è un’esperienza di simulazione incarnata, in cui il potenziale cliente si identifica a 360° e si immerge, dalla testa ai piedi, nella filosofia e nella storia proposta dal brand, unificando in qualche modo l’immagine di se stesso con le immagini osservate.

La pubblicità, oggi più che mai, si rivolge alla sfera psicologica delle persone, non certo al loro pensiero logico. O, per dirla con le parole di Jack Trout, “è la mente del consumatore il fine ultimo del marketing”. Basti pensare alle emozioni e ai valori che un brand vuole suscitare nel grande pubblico.

Pensiamo ad un semplice esempio. IKEA, da sempre, non vende prodotti, ma storie. E lo fa costruendo addirittura dei mini serial. Molto probabilmente abbiamo tutti presente gli spot in cui il protagonista è sempre lo stesso, magari un bambino impegnatissimo nel suo processo di crescita (Basta poco per crescere insieme) che, con comicità e simpatia, suscita in noi sensazioni positive, regalandoci sorrisi e belle emozioni. In altre campagne, IKEA propone invece dei valori positivi, di libertà ed espressione personale (Sorprenditi ogni giorno) che non possiamo che condividere appieno. O ancora, propone campagne “sul pezzo”, al passo con i tempi (Siamo aperti a tutte le famiglie), facendoci riflettere e, perché no?, facendoci anche riconoscere in esse.

Altro esempio, molto più vicino a noi. I social network, senza le nostre storie di vita quotidiana, l’aggiornamento del nostro stato (emotivo), la condivisione di contenuti di varia natura, non sarebbero che scatole vuote. Il fatto che siamo i primi a proporre noi stessi come protagonisti di una storia conferma, ancora una volta, la pervasività dello storytelling.

Pensiamo ad Instagram e alla possibilità di creare delle Insta Stories, dove attraverso video e foto raccontiamo di noi e ci sentiamo ascoltati, condivisi, commentati. I social, in perenne evoluzione, fungono ad oggi come dei veri e propri palcoscenici in cui mettere in scena la nostra vita, permettendoci di narrare non solo le esperienze vissute, ma anche la nostra personalità e i nostri interessi, quasi come se il brand da promuovere fossimo noi.

Il nostro sito utilizza cookies, prendine visione o accetta. Maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close