È tutto sempre più smart

By 28 luglio 2017News

Era il 2008, uno degli anni peggiori della crisi finanziaria mondiale, quando IBM pensò ad un piano promozionale delle soluzioni tecnologiche per far fronte ai problemi che minano la crescita economica.

Il fine era, ed è, quello di trasformare il nostro mondo in un pianeta più intelligente: smarter planet appunto. E per farlo sono state pensate delle strategie alternative che possano incrementare il progresso e lo sviluppo, sotto tanti punti di vista.

Iniziamo dal piccolo, dai luoghi in cui viviamo. Si sente parlare ormai da qualche tempo di smart cities intendendo con quest’espressione una vera e propria “città ideale”, un modello urbano che prevede una qualità di vita elevata, sia per le persone che per le imprese, dove gli spazi sono pensati per una maggior sostenibilità ambientale e le risorse vengono ottimizzate al massimo, per una vita urbana più semplice.

Il modo per far si che tutto questo diventi concreto è quello di investire ed utilizzare il digitale nei servizi tradizionali, per una maggior efficienza e attenzione al sociale. E ciò è reso possibile anche e soprattutto dalla partecipazione attiva dei cittadini perché le tecniche ITC trovano la loro ragion d’essere se anche il modello di collettività si dimostra più “intelligente”, per perseguire soluzioni efficaci ed inclusive.

I punti su cui porre attenzione sono vari perché la smartness di una città si può valutare sulla base di sei dimensioni fondamentali:

1. economia intelligente

2. mobilità intelligente

3. ambiente intelligente

4. persone intelligenti

5. vita intelligente

6. governance intelligente

Un sacco di cose insomma, perché il tutto è la somma delle sue parti. E se tendiamo ad un’intera vita smart, è normale che questa includa tutta una serie di ambiti affini su cui riflettere e intervenire: smart health, per le innovazioni in campo sanitario, smart energy per incrementare l’uso di energie sostenibili, smart mobility per i trasporti urbani, smart working per una nuova concezione di “lavoro”, ma anche education, IoT, security, Open Data e così via.

Non a caso il Green City Index, realizzato dal The Economist Intelligence Unit, ha preso in considerazione una costellazione di criteri (efficienza degli edifici, trasporti, gestione dell’acqua, CO2, energia, smaltimento dei rifiuti, qualità dell’aria, …) per arrivare alla conclusione che, tra 120 città prese in esame, Copenaghen è la prima nella classifica europea, Curitiba è la città più green dell’America Latina, Singapore per l’Asia e San Francisco per gli Stati Uniti.

Dagli studi emersi sembrerebbe che le città più povere e quelle più ricche siano le più idonee ad essere ritenute smart: quelle più povere sprecano di meno, mentre con l’incremento di ricchezze, al contrario, aumentano i rifiuti da un lato, ma le possibilità di digitalizzare i servizi tradizionali dall’altro.

Ma fino a quando non si arriva ad un punto di benessere tale da giustificare interventi su larga scala non si può immaginare che qualsiasi città possa effettivamente diventare “intelligente”. Perché se, per ora, una smart city viene intesa come la proiezione di una comunità, un concetto ancora astratto, in un futuro prossimo sarà possibile iniziare a toccare con mano questi servizi smart di cui sentiamo tanto parlare ultimamente.

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